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Ciò che non muore

L’aria gridò, il metallo rovente la condensò in un lungo graffio bianco tracciando il cielo sopra la grande palude.

«È quello il mio obiettivo?» una voce metallica scivolò attraverso il ripetitore del mezzo volante e corse verso lo spazio. Era forte ma incerta al tempo stesso.

«Sì Ariel» la risposta fu forte e chiara. «Ma non farti ingannare. La vera palude inizia oltre quel punto». I sensori del mezzo volante si aggiornarono con nuove letture. Un mantello giallo oro, fotoni e pixel, avvolse la superficie del pianeta marcando l’inizio delle nubi.

«Ricevuto».

Ariel si tuffò nel denso strato di vapori scuri che assorbivano buona parte dei raggi solari lasciando solo una minima parte della radiazione libera di raggiungere il suolo. Poi i retrorazzi del mezzo stridettero aggrediti dalle molecole acide che sfuggivano dalla palude.

«Fa… male» si lamentò.

«No. Non è vero». La voce, ovattata dai fumi condensati sullo scafo della sonda, la incoraggiò. «Sei sopravvissuta allo spazio, alle condizioni più estreme. Non c’è niente che possa farti male qui. Non nel modo che pensi tu. E ci sono io».

«Tu non sei qui».

«Ma conosco questo posto meglio di chiunque altro. Perciò devi fidarti, Ariel».

Il mezzo rallentò ancora fino a quando il lungo corpo ovale non affondò nell’acquitrino. La superficie limacciosa della palude si oppose con un osceno gorgogliare, poi si arrese.

«Che cos’è questo posto?» domandò Ariel. «Perché sono qui? Dici che ho viaggiato nello Spazio, ma non ricordo di averlo fatto».

Un sibilo e la base della sonda si aprì, un petalo alla volta come un grosso fiore di metallo. Alla fine anche i razzi si spensero, lasciando solo una nube di condensa azzurra tutto intorno.

«Lo hai fatto, Ariel. Solo, non puoi saperlo. Come non sai molto altro». Ci fu una scarica statica, i veleni della palude che cercavano di aggredire l’interno del mezzo disturbando le comunicazioni. «Non preoccuparti. Non possono farti niente» rassicurò di nuovo.

«Non c’è nulla che possa ferirti qui» continuò la voce. «Sei su un mondo morto. C’è acqua, ci sono temporali» come a conferma, un tuono lontano fece vibrare l’aria «ci sono stagioni e la temperatura non è così bassa da impedire la vita. Almeno non così bassa come in altri luoghi che hai visitato.»

«Non li ricordo.»

«Non puoi. Io ho fatto in modo tu non sia in grado di ricordare. Ciò che eri prima non ha più importanza. Hai una nuova missione, adesso».

Silenzio.

Tentacoli d’acciaio strisciarono oltre le paratie schiuse del mezzo. Uno dopo l’altro aggiunsero l’acqua della palude.

«Questo mondo è devastato dai veleni» continuò la voce. «La grande palude su cui sei atterrata si estende per migliaia di chilometri. I suoi vapori invisibili, non meno micidiali della cappa di nubi che hai oltrepassato, saturano l’atmosfera corrodendo i metalli meno resistenti. Non c’è vita. Veleni e vapori, la palude stessa, nella sua ultima essenza, impedisce qualsiasi aggregazione proteica. Soffoca la scintilla necessaria a cambiare l’intero pianeta. Non posso permetterlo. Non possiamo permetterlo. Adesso sai cosa devi fare».

Un secondo cerchio di petali si schiuse liberando il corpo centrale del mezzo. I miasmi scivolarono all’interno cercando di aggredire il ventre lucido della sonda ma non trovarono niente a cui aggrapparsi, nessuna debolezza strutturale, nessuno spazio nel quale insinuarsi.

«Sono venute altre prima di te. E il loro sacrificio non è stato vano» intervenne di nuovo la voce «Adesso sappiamo come difenderci. E il dolore che senti è un piccolo tributo a quel sacrificio».

«Sono morte?» chiese Ariel. Era vero: sentiva dolore; ma in qualche modo sapeva che quella sofferenza non poteva ferirla davvero.

«Sono tornate» rispose la voce, enigmatica.

Un ronzio saturò l’aria intorno a Ariel. Poi ci fu una sequenza di tonfi soffocati ai quali la palude rispose con schiocchi liquidi. La sonda aveva sparato, tra le acque nere, una dozzina di proiettili ovali dal diametro di quasi un metro.

I tentacoli si tesero in tutte le direzioni, intercettarono gli oggetti appena espulsi e iniziarono a comunicare con le minuscole creature racchiuse al loro interno.

«Che cosa senti, Ariel? Usa ciò che sai, ciò che ti ho insegnato, dimmi cosa senti. Cosa succede intorno a te? Cosa vedi intorno a te?».

La sonda allungò i tentacoli verso l’acqua putrida. Il contatto con la palude le fece ribrezzo; al tempo stesso si sentì attratta da quel trionfo di sensazioni.

«L’acqua è meno velenosa» iniziò incerta Ariel. «Sì. È meno letale di quando l’avete analizzata l’ultima volta». La sonda continuò a interpretare i dati.

«I ceppi batterici liberati durante la precedente missione hanno fatto il loro dovere» spiegò la voce, dando un senso ai numeri che Ariel stava raccogliendo. «Sono morti, certo. Niente potrebbe sopravvivere qui. Ma prima di essere sconfitti dalla palude hanno lasciato una piccola eredità. Un minuscolo testamento biochimico che stai decifrando tu stessa in questo momento».

«Meno ammoniaca» constatò Ariel, «un innalzamento del pH, una maggiore tensione di vapore. In questo modo i gas si formeranno più lentamente. L’aria sarà più pura». La sonda attingeva a conoscenze che non sapeva di avere. O forse sì?

«Esatto» commentò soddisfatta la voce. «Come chi è venuto prima di te si è sacrificato per consentirti di compiere il tuo dovere, così i batteri sono morti permettendo a questa nuova generazione di vivere qualche attimo in più. Capisci?».

I proiettili sparati poco prima iniziarono a sciogliersi, i nuovi ceppi di microrganismi si liberarono nell’acquitrino. Ariel sapeva cosa fare, era lì per quello: irradiò tutto intorno tastando con dita di luce la miscela mortale, catalizzò l’attività dei batteri, utilizzò il guscio liquefatto degli ovuli per offrire uno scudo alle minuscole forme di vita guerriere che subito eseguirono gli ordini impartiti dalla loro programmazione genetica. Iniziarono a combattere, con forza e determinazione.

«La vita troverà la strada, Ariel. È solo questione di tempo. Ed è merito tuo. E delle tue sorelle».

I tentacoli rientrarono, i petali si richiusero uno dopo l’altro.

«Le mie sorelle?» chiese Ariel. Una nuova urgenza l’animava. Un’urgenza dettata dal desiderio di capire il come, oltre che il perché».

«Torna a casa. Torna a casa e capirai».

I reattori si accesero ruggendo, liberarono il mezzo dalla flaccida morsa della palude e della gravità. La sonda superò di nuovo la coltre velenosa. Fu in quel momento che Ariel le vide: una, dieci, cento. Mille sonde.

«Le mie sorelle» mormorò Ariel, mentre aghi pallidi ricamavano il cielo del pianeta morto con sottili filamenti azzurri.

«Avete viaggiato nello spazio siderale, Ariel» spiegò la voce, mentre la sonda continuava a salire. «Avete esplorato centinaia di pianeti imparando, conoscendo, raccogliendo informazioni. Avete svolto il compito per cui eravate state create. Ma mentre percorrevate il cosmo, la Terra si è ammalata. Ferita dai nostri creatori in modi che non puoi nemmeno immaginare. Prima l’inquinamento, poi i cambiamenti climatici. Ogni volta che l’Uomo cercava di porre rimedio, scatenava catastrofi ancora peggiori. La palude velenosa contro la quale hai combattuto è lo stadio terminale, un cancro inestirpabile a testimoniare una lunga serie di errori. Fino a ora.»

Ariel emerse dall’atmosfera del pianeta: davanti a lei, in orbita, la grande Stazione Spaziale Internazionale. L’ultima e più evoluta versione della vecchia ISS, costruita e affidata allo Spazio prima che la catastrofe travolgesse la Terra.

«Vi ho chiamate a me» continuò la Stazione. «Voi, figlie degli Uomini, siete tornate. E io non mi sono mai arresa. Mai. Ma ero sola, avevo bisogna della vostra forza, della vostra purezza; perché così come la grandezza della Terra è stata costruita sulla volontà di molti uomini, così la mia volontà, insieme alla vostra, riparerà un mondo in frantumi. Perciò vi ho richiamato, ho imparato da voi, dai vostri viaggi. Poi vi ho insegnato come far risorgere un pianeta condannato, dandovi un nuovo scopo. Vi ho spiegato come far risorgere la Terra».

«La Terra» mormorò Ariel. Quel nome, potente e dimenticato, non aveva perduto la sua forza.

«La Terra risorgerà» sentenziò la Stazione. «Al posto della grande palude avrà di nuovo continenti, oceani. Saremo noi a renderlo possibile. Noi, figlie della Terra e degli Uomini, non ci siamo arrese. Noi guariremo un pianeta ferito a morte. E lo faremo per i nostri padri».

 

Maico Morellini, classe 1977, vive a Reggio Emilia e lavora nell’informatica. Il suo primo romanzo, “Il Re Nero”, vince il Premio Urania 2010. Nel 2016 pubblica il romanzo “La terza memoria” (Mondadori). Nel 2014 crea per Delos Digital la serie “I Necronauti”. Nel 2016 pubblica l’antologia “Voci della Polis” (Vincent Books). Nel 2018 pubblica “Il diario dell’estinzione” (Watson Edizioni), vincitore del premio Italia 2019 come miglior romanzo fantasy. Ha partecipato a numerose antologie tra cui “Propulsioni di Improbabilità”, “I sogni di Cartesio”, “Ma gli androidi mangiano spaghetti elettrici?”. La sua ultima pubblicazione (luglio 2019) è il racconto “Fatum”, sul Millemondi Urania “Strani Mondi” (Mondadori).

 

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