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L’Amazzonia dallo spazio: il degrado forestale è la prima causa del rilascio di CO2

Non aver cura del proprio orto crea molti più frutti cattivi del ridurne il terreno. Potremmo semplificare così l’osservazione di un recente studio che mostra, sull’Amazzonia brasiliana, gli effetti del degrado forestale in confronto a quelli della deforestazione in termini di rilascio di CO2.

Pubblicata su Nature Climate Change, la ricerca ha studiato le dinamiche del carbonio forestale dal 2010 al 2019 in relazione a come si è modificata la biomassa di superficie, ossia l’insieme di fusti, cortecce e rami. Attraverso dati satellitari principalmente di missioni Esa, si è osservato che la perdita di carbonio derivante dal degrado delle foreste a causa di incendi e frammentazione corrisponde al 73%, circa tre volte rispetto alla perdita di carbonio per deforestazione , che invece è il 27%.

La perdita netta di biomassa osservata nell’ultimo decennio in Amazzonia è equivalente, in termini di assorbimento mancato di CO2, a sette anni di emissioni fossili del Regno Unito. Indice del ruolo decisivo ricoperto dagli ecosistemi terrestri nell’assorbire le emissioni di anidride carbonica: le foreste pluviali rappresentano dei sink biosferici, ossia dei depositi naturali di CO2. Lo studio mostra la forza preminente del degrado forestale nel limitare la capacità di immagazzinamento di CO2 rispetto alla deforestazione. Una foresta che perde biomassa per incendi, disboscamento e frammentazione del paesaggio, trattiene drasticamente meno CO2.

Lo studio ha utilizzato principalmente i dati della missione SMOS (Soil Moisture and Ocean Salinity) dell’Esa. Nata per fornire, attraverso le misure a microonde, osservazioni globali della variabilità dell’umidità del suolo e della salinità della superficie del mare, la sua tecnologia è risultata ottimale per quantificare la perdita di biomassa.

«Il degrado delle foreste è difficile da misurare direttamente usando dati satellitari ottici perché spesso si verifica su scale molto piccole. Il vantaggio di usare i dati a microonde SMOS è che, nonostante la loro risoluzione grossolana, catturano la perdita netta di biomassa da tutti i processi in una data regione» afferma il co-autore Philippe Ciais, responsabile scientifico del progetto Regional Carbon Cycle Assessment and Processes, nell’ambito della Climate Change Initiative dell’Esa.

Attraverso questa iniziativa, Esa fornisce mappe per supportare la gestione forestale, costruite attraverso una serie di dati su almeno 30 anni, unendo le osservazioni di più missioni satellitari, passate e in corso. Fornendo così evidenze empiriche agli scienziati sui cambiamenti sistemici del clima, oltre a elementi per una migliore comprensione del ciclo globale del carbonio per una gestione forestale sostenibile.

Una necessità di continuità d’osservazione del clima alla quale Esa ha sempre dato riposta. La missione SMOS lanciata nel 2009 e inizialmente progettata come quinquennale, date le sue eccellenti prestazioni, sarà invece operativa almeno fino alla fine del 2021. Il prossimo satellite Biomass dell’Esa, invece, il cui lancio è previsto per il 2023, sarà in grado di “vedere” attraverso le fronde delle foreste da oltre 650 km di altezza, restituendo informazioni fondamentali su altezza e biomassa. Grazie a un nuovo radar ad apertura sintetica si osserverà la Terra attraverso la banda P, la lunghezza d’onda radar più lunga possibile.

 

 

Crediti immagine in evidenza: Climate Change Initiative, Biomass project – ESA

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