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Astrobees, le ‘operaie’ spaziali

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Si chiamano Bumble, Honey e Queen. Sono gli Astrobees, dei robottini che, come le api, svolgono un instancabile lavoro di assistenza agli astronauti.

A bordo della Stazione Spaziale Internazionale dal 2019, sono stati sviluppati da un gruppo di 20 scienziati del Centro di Ricerca Ames della Nasa, tra cui il giovane ingegnere italiano Roberto Carlino. Ideati per operare in modo autonomo e in microgravità, colmano così le risorse limitate dell’essere umano in orbita: il tempo e l’adattabilità dell’organismo oltre la gravità terrestre.

Dotati di ventole rotanti, gli Astrobees possono essere manovrati manualmente o in remoto, hanno un braccio a supporto delle attività, molteplici sensori e sufficiente spazio per la raccolta di esperimenti scientifici. Prestazioni potenzialmente utili per riparare i satelliti o rifornirli di carburante, riducendo così i detriti nello spazio.

L’istituto di Tecnologia del Massachusetts (Mit) e l’Agenzia Spaziale Tedesca (Dlr) hanno sfruttato questa capacità e sviluppato un algoritmo per definire le traiettorie necessarie a raggiungere questi oggetti che orbitano intorno alla Terra. Per la prima volta è stato eseguito un complesso controllo di più robot in simultanea e un carico utile della Iss è stato comandato direttamente e in tempo reale dagli scienziati del Mit. Durante il test di febbraio scorso, gli esperti sono riusciti a riprodurre un rendezvouz di successo tra un robot ‘cacciatore’ e un robot ‘bersaglio’ elaborando una traiettoria non lineare in accordo con il movimento e l’inerzia del potenziale target.

Gli Astrobees sono gli eredi di Spheres (Synchronized Position Hold Engage e Reorient Experimental Satellite), i mini satelliti a 18 facce che potevano essere utilizzati solo all’interno dell’Iss. Questa nuova tecnologia, interamente autonoma, è stata pensata in vista di una futura stazione sulla Luna o addirittura su Marte.

 

Immagine in apertura: l’astronauta Megan McArthur con gli Astrobee – Crediti: Nasa, Shane Kimbrough

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